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di Charlie p. Commisso

FINE stagione, tempo di bilanci: penso alla colonna sonora che potrebbe accompagnare un anno di rugby.

La mente spazia da Wagner a Beethoven,  da Mozart a Rossini e chiunque altro possa aver espresso in musica l’impeto, l’azione, l’eroe che alberga in ognuno di noi quando, all’improvviso, un acuto di clarino si fa spazio. E’ lui, Gershwin: il suo capolavoro nato in una notte e che concerto dopo concerto ha continuato a crescere e migliorareEleggo “rapsodia in blu” la colonna sonora di tutta una stagione sportiva ed in particolare della mia esperienza reggiana.

Torniamo al clarinetto:  la nota sale, sale, sale e, sostenuta dai fiati, si adagia, sospesa per una frazione di secondo e nella sua parabola discendente viene incalzata dai corni che richiamano tutta l’orchestra per proseguire in modo ordinato e fluido per spegnersi e lasciare posto al cristallino suggerimento del pianoforte.

E vedo già Matteo “Lince” Bedogni o Giulio Ferrari pronti per il calcio di inizio; nel mentre Flavio Fardella, Luca Bonacini, Fabio Boni, Marcello de Nardis, Joseph di Salvo, Tommaso Gennaro avanzano verso la linea di meta: pallone preso dagli avversari; Giacomo Messori, Samuele Morani, Marco Saletti, sono pronti ad “aggredirlo”: placcaggio, ruck, pausa, suggerimento dalla panchina ed Andrea Palomba “apre”.

Incalzati dai piatti e dalle trombe senza sordine gli orchestrali danno sfogo all’impeto dei propri strumenti come a volersi superare e nel contempo essere sostenuti e trasportati l’un l’altro.

La palla arriva nelle mani di Rebecca Braglia, e dalle sue a quelle di Simone Tonti, di Alex Moschin di Manuel Riccardo, di Ossama Abdel Moerz. Placcato, palla ferma, suggerimenti.

Il pianoforte prende la scena per qualche minuto: prima adagio poi il moto aumenta con sempre maggiore brio, sembra si stia perdendo in un virtuosismo quando con eleganza riconduce il ritmo al tema della partitura; da qui in poi è un continuo dialogo tra il pianoforte e il resto dell’orchestra.

Continuo ad incalzare i miei ragazzi da bordo campo e di nuovo Gabriele Messori, Manuel Somrani e Filippo Braglia riescono a far venire fuori una palla “pulita” che ancora una volta passando dalle mani di Irene Messori, Amro Amin, e Seviour Obasuvi giunge in quelle tranquille di Nicola Servillo che segna la nostra meta.
E’ facile capire che la similitudine tra questa rapsodia per piano ed orchestra nasce proprio dal fatto che il maestro in questo brano non dirige l’orchestra con la bacchetta ma l’accompagna col piano. Un dialogo continuo e costante, un richiamo al ritmo e alla melodia che fanno di trenta esecutori un unico elemento; il maestro cosi diventa un esempio, un monito, la testimonianza che per ottenere un risultato si condivide un sacrificio, che bisogna esporsi in prima persona per poter dire: c’ero anch’io.
Spero di aver lasciato questo insegnamento a quel centinaio di bambini che si sono avvicendati in questi ultimi dieci anni e, che abbiano continuato a giocare o no,  spero che il rugby sia servito loro per imparare a collaborare, condividere, capire che parole come convivenza e solidarietà sono le basi perché una società possa avanzare, avanzare, avanzare fino alla meta
.Le note del brano stanno giungendo al termine e sta per giungere l’ora dei saluti e dei ringraziamenti: ho conosciuto tanta bella gente in questo club sano e di sani principi, l’elenco sarebbe lungo perciò uno per tutti abbraccio e ringrazio “nonno Ovilio” Montanari  per l’esperienza che mi è stata concessa.

Ultimo accordo di piano sottolineato da un rullo di timpani e …
Sipario.
 

 

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