robertotegoni creato 08 maggio 2010 15.24
MEGLIO tardi che mai. Il nostro giornalino si congratula con
Stefania Giansoldati
, neo dottoressa in Scienze motorie, figura di riferimento per il minirugby reggiano. Nata calciatrice, Stefania si è avvicinata al mondo del rugby grazie ad un progetto offerto dall’Università di Bologna intitolato “Potenziamento e valorizzazione dell’educazione motoria attraverso il rugby” (ci scusiamo con l’interessata per eventuali errori). Da 10 anni sui campi di via Assalini a far correre i bimbi con la palla ovale tra le mani (assieme a tanti altri bravi allenatori), Stefania pare proprio innamorata di questo sport e dei “marmocchi” che la circondano. Tutti la conoscono e apprezzano il suo modo di stare con i bambini e quella sana, vecchia educazione che nel mondo dello sport è merce assai rara.
Stefania, da dove nasce la passione e il progetto legato al rugby?
“Nasce dal lavoro svolto da 10 anni nelle scuole. E’ un progetto di propaganda del rugby, tramite il Progetto Ellisse; un lavoro interdisciplinare che coinvolge tante materie al rugby: da educazione motoria, ai laboratori sull’educazione civica e all’immagine che ha come precursore Daniel Goleman, che parla di intelligenza emotiva, cioè dà risalto all’emozione come veicolo di apprendimento”.
Giocavi a calcio, poi sei passata al rugby. Come mai?
“Ero all’università quando arrivò Pino Lusi a proporre agli studenti un’attività da svolgere nelle proprie città, e da lì ho cominciato a collaborare con il Rugby Reggio. Del rugby non conoscevo nulla, se non il fatto che era uno sport”.
Cosa ti piacque (e piace) del rugby?
“Era un progetto che vedeva il coinvolgimento dei bimbi, e di tutte le componenti del bambino durante la sua fase di apprendimento. Mi piacque la centralità della parte emotiva: quando un bambino si emoziona, questo lo aiuta ad avere un apprendimento migliore”.
Hai mai fatto un pensiero ad allenare ragazzini più grandi?
“Ma non avrei neanche le competenze, al massimo potrei arrivare ad un’under 12. Oltre alla mancanza di competenze, non penso neanche ad allenare i più grandi. Credo che mi debba concentrare sul lavoro che sto facendo: un impegno per un campo, il minirugby, che ha bisogno di evolversi. Poi è chiaro che dei 60 bimbi con cui ho a che fare, magari continuano in 20 a giocare a rugby, però mi piace lavorare per cercare di migliorare sempre di più nel mio campo”.
Ti si può etichettare come seconda mamma?
“Non è male come sintesi. Certo, la mia è una figura sulla quale cade tutta la fiducia dei genitori. Il Rugby Reggio produce una rete educativa che inizia a scuola, passa dal campo di allenamento e si conclude nel campo estivo. E’ un cerchio che si chiude”.
Il campo estivo, una realtà che porta centinaia di bambini e ragazzi negli impianti sportivi di via Assalini. Un’altra vittoria del Rugby Reggio.
“Il campo estivo rappresenta un continuo del lavoro svolto durante l’inverno sui campi. Fa sempre parte di quella continuità educativa di cui parlavo prima, ma con una particolare attenzione, ovviamente, al rugby, in modo che tutti conoscano questa pratica sportiva. Il lavoro nelle scuole è incentrato sull’emozione dei bambini, non c’è apprendimento senza emozione. Posso dire una cosa?”.
Certo…
“Lavoro alla scuola Bergonzi che non è certo una scuola d’elite, ma è una delle più importanti a Reggio. Il lavoro educativo che svolgiamo è importante e la scuola è inserita in molti progetti promossi anche dal Comune. Spero che le nostre idee capitino nelle mani giuste per un aiuto economico adeguato”.
Roberto Tegoni