paolo creato 02 dicembre 2009 13.27
(PAOLO BRUSORIO >> la stampa ) «Qualcuno di voi è mai stato in carcere?». Con sprezzo del pericolo, la domanda iperrealista arriva al momento dei saluti in mezzo al campo. Il bicipite di Valentino è grosso quanto un dito di Neemia Tialata, pilone degli All Blacks e anche di un viadotto se ce lo piazzassero sotto: 127 chili spalmati sui 187 centimetri. Il prato è gibboso, il cielo no. Dopo quattro giorni con il colore dell’asfalto, Milano si regala un blu cobalto. Istituto Beccaria, capolinea della metropolitana e dell’adolescenza: il carcere minorile.
Dentro ci sono 70 detenuti, 55 ragazzi e, in una palazzina a parte, 15 ragazze (2 di loro anche madri). C’è chi ha rubato e chi invece ammazzato. Chi uscirà con la pena scontata e chi, invece, traslocherà nel carcere dei grandi. Gli italiani sono il 35%, la maggioranza dei ragazzi è maghrebina, poi romeni e rom, in diminuzione gli albanesi: il censimento è mobile, il cancello sulla libertà si apre e si chiude con troppa velocità per trasformare le facce in numeri certi. Ma in questo primo dicembre succede qualcosa che qui dentro difficilmente dimenticheranno: sono arrivati 5 All Blacks, ambasciatori della nazionale di rugby più famosa del mondo, quella che non più di 20 giorni fa ha portato 80 mila persone a San Siro.
Oggi sono qui, apice di un programma che ha in Iveco, Edison e Adidas lo scheletro, ma nell’AS Rugby Milano il cuore, i muscoli e la testa. Seminano rugby dove possono e possono in posti sempre più numerosi, lo portano nelle scuole e dall’anno scorso anche al Beccaria. Sono volontari, ragazzi e qualcuno neanche più tanto, impallinati per questo sport e dall’idea di farne qualcosa che non cominci e finisca solo sul campo. «L’ovale al Beccaria» il nome di un progetto triennale cominciato nel settembre 2008. Avete mai visto una partita di rugby? Ecco, ci vuole coraggio a proporlo come materia da insegnare in un istituto penale. L’As Rugby l’ha avuto; il Beccaria, ad accettarla, ancora di più. Portare gli All Blacks qui dentro, l’idea marziana finalmente atterrata.
Eccoli i fenomeni: Antony Boric, Liam Messam, Jerome Kaino, Stephen Donald. E Neemia Tialata. Arrivano e si piazzano nel cortiletto, messi in fila sembrano loro i cattivi. I ragazzi piombano di corsa nel cortile, c’è anche don Rigoldi, il cappellano-istituzione del carcere. Siamo alle presentazioni, durano poco perché sono qui per giocare. Loro e gli All Blacks. «C’è qualcuno che vuol fare una domanda?». Si alza una mano: «Avete paura di noi»? la risata rimbomba nel cortile. È il segnale: si può partire. Tredici in campo, un’altra ventina che guardano. I Tutti Neri contro le maglie rosse: alla fine saranno tele schizzate dalle firme dei campioni. Rudimenti di tecnica, gli All Blacks stanno al gioco, i muscoli diventano carezze, i ringhi sorrisi. Samir, Palermo, Valentino: vite, nomi e soprannomi. Neanche chi li allena li conosce tutti. «Buongiorno mister» gli dicono quando lo vedono: Ignacio Merlo, 28 anni, è italo-argentino e gioca terza linea nel AS Rugby Milano. Al sabato è l’uomo dei sogni.
Lui e un gruppo di volontari: spiegano il rugby e lo fanno giocare: «Non so da dove vengono, perché sono qui dentro e quando usciranno. Non lo so e non voglio nemmeno chiederlo: è nei patti». Lo sport come riscatto: facile e altrettanto smontabile affermazione. Lo fa ancora Merlo: «Io non posso insegnare loro che cos’è la vita. Non è il mio compito. Li faccio divertire e trasmetto loro un po’ di disciplina, questo sì». Vanno e vengono dagli allenamenti come dal carcere, non ci può essere una squadra titolare. Importa niente a loro. Ma il mondo che entra a folate nel Beccaria è una boccata di vita: c’è il giorno del rugby e del calcio (due allenamenti più il campionato Uisp); quello della boxe (a insegnare l’arte c’è Rocky Mattioli, ex campione del mondo) e dei libri.
Hanno letto quello di Gianluca Pessotto, l’ex calciatore della Juve che ha tentato il suicidio, e ne hanno discusso con lui; una volta alla settimana dividono la lettura con i ragazzi del liceo Volta. «Un ragazzo della collina» e «Jimmy della Bovisa»: Ermanno Olmi e Massimo Carlotto. «Uno di loro, un romeno abbandonato dai genitori, ha scoperto il vocabolario e mi ha chiesto: ma chi ha inventato tutte queste parole?». Maura Borghi è l’insegnante di italiano del Beccaria, è qui a bordocampo a vedere i suoi ragazzi che si arrampicano su Tialata come se i muscoli del neozelandese fossero pioli di una scala. Il fisico, la forza che gli All Blacks applicano allo sport: ecco il mistero che li affascina. «Per questo il rugby. La fisicità non al servizio dell’aggressività, ma della disciplina di gruppo»: Paola Prandini è la mente di questa operazione, entrata 17 anni fa al Beccaria come educatrice, ne è diventata responsabile delle attività interne. Racconta di quando arrivò Marco Materazzi e della baraonda che successe qui dentro.
Ora si gode il momento. Siamo nella sala dei colloqui, seduti intorno ai tavoli. Nel rugby lo chiamano terzo tempo, finito il match le squadre si ritrovano a bere e mangiare insieme. Succede qualcosa di simile anche qui, hanno fatto tutto loro. Gli All Blacks rispondono a tutto: «Quanto alzi di panca?» chiedono a Stephen Donald; «è vero che bevete delle strane cose per farvi venire questi muscoli?», «ma quando esco ci possiamo rivedere?»: domande ingenue da chi l’ingenuità l’ha ormai persa. Gli intarsi maori sulla pelle di Tialata ipnotizzano, i disegni blu per i fratelli e quelli rossi per le sorelle. Undici in tutto. E la bandiera delle Samoa. «Qualcuno di voi è mai stato in carcere»? «So cos’è. Vengo da una zona di Auckland malfamata e mi cacciavo spesso nei guai. Dalla prigione mi ha salvato il rugby», ha risposto il gigante in mezzo al campo. «Ma la mia non era così bella come la vostra. Siete fortunati». Ecco, fortunati non gliel’aveva mai detto nessuno. Solo un All Black poteva farlo.