Da "Il Giornale di Reggio - SETTIMANALE" - 7/11/'09
ROBERTO TEGONI
DOPO una gloriosa carriera passata tra Viadana e la Nazionale di rugby, il talento tutto nostrano Cristian Bezzi è finalmente tornato a casa. A 34 anni si è rimesso in gioco qui a Reggio Emilia, in un campionato come la serie B in cui potrà crescere tanti giovani rugbisti pronti a sbocciare nel mondo della palla ovale che conta. Un ragazzone di quasi 2 metri e più di 110 chili, ma di una bontà e di una disponibilità incredibili, se si guarda solo il “guscio esterno” dell’uomo.
Cristian, partiamo dall’inizio. Quando hai deciso di giocare a rugby? E’ vera la voce che tu vieni dal mondo del calcio?
“Ho fatto un po’ di tutto: nuoto, calcio, poi a 21 anni ho incominciato col rugby. Iniziai per scherzo. Facevo l’Itis, vennero nella nostra scuola per fare propaganda di questo sport. Dissi “proviamo”, mi piacque subito e quello diventò la mia vita. E’ vero vengo dal calcio, facevo il difensore, ma non me la cavavo granchè bene”.
Cosa ti piacque del rugby?
“Uno sport all’aria aperta, il contatto fisico, lo spirito di squadra che si respira sul campo. Anche il fatto che quando iniziai, il rugby era, almeno in Italia, specialmente a Reggio, un mondo sconosciuto. Sono stato fortunato a giocare a rugby. In questo mondo ho ricevuto tanto, ma ho anche dato tanto: in molti vedono solo il bello della domenica e delle partite, senza vedere che durante la settimana ci sono forti pressioni e allenamenti durissimi”.
Domanda classica. Qual è il ricordo più bello della tua carriera?
“Ce ne sono talmente tanti che è difficile dire il più bello. Se devo trovarne uno, credo che il più vivido sono gli 80.000 spettatori di Twickenham con la Nazionale. E’ senza dubbio un ricordo indelebile, un’esperienza forte, anche perché tenemmo testa all’Inghilterra che qualche mese dopo vinse la Coppa del Mondo”.
Che emozioni si provano nel vestire la maglia della Nazionale?
“E’ stato il coronamento di un sogno. Ho sempre puntato al massimo e la maglia azzurra che indossai dopo un brutto infortunio subìto fu come rivedere la luce. E poi è estremamente emozionante sentire e cantare il proprio inno, magari davanti ad 80.000 spettatori. Già farlo davanti alla televisione è stupendo, farlo con la maglia azzurra della Nazionale è veramente il massimo”.
Com’è cambiato il rugby in termini tecnici da quando hai cominciato a giocare?
“E’ diventato molto più performante, più fisico. Ora bisogna essere dei veri e propri atleti per giocare a certi livelli. In campo sempre più spesso si vedono dei super-uomini. E’ cambiato anche per il pubblico, nel senso che è diventato più spettacolare. Sono state introdotte regole, tipo l’alzata in touche, che vanno in questo senso. Poi si è cercato anche di ripulire il rugby dagli scontri fuori dalle regole: è chiaro che essendo un sport di contatto basta un “niente” per accendere una rissa”.
La violenza in sé, però, nel rugby non esiste. Cioè, esiste un forte agonismo, ma molto raramente c’è cattiveria...
“E’ inevitabile che in uno sport di contatto si arrivi anche allo scontro fisico, ma la violenza è stata man mano soppressa. In campo si combatte, ma al fischio finale dell’arbitro è tutto finito. Da rugbista, ma soprattutto da sportivo, trovo inconcepibili le risse fuori dal campo”.
Secondo te, perché nel rugby ciò non accade?
“Al di là delle frasi fatte, penso che chi abbia giocato a questo sport sappia che si tratta di un universo a parte. Si concepisce la vita in modo diverso, c’è il rispetto dell’avversario e dell’arbitro. Spesso con l’avversario c’è una specie di rapporto fraterno”.
Qual è la sfida del professionismo che sta sfondando in questo sport?
“L’obiettivo del professionismo è portare i valori del rugby ai livelli più alti del rugby giocato. Dietro una squadra che vince c’è sempre un gruppo solido che, a certi livelli, è formato da uomini che sono macchine”.
Non credi che i grandi capitali che cominciano a circolare nel mondo della palla ovale possano rovinare questo sport?
“Sono dell’idea che in uno sport, chi porta soldi faccia il bene del movimento. La ritengo una cosa giusta l’investimento nello sport. Inoltre ricordiamoci che chi gioca a rugby rischia sempre di farsi male, perciò è anche legittimo che venga pagato. Il rischio vero è che il rugby si possa rovinare quando tenta di “scimmiottare” altri mondi, ormai già malati”.
Dillo, ti riferisci al calcio…
“Il calcio è sotto l’occhio di tutti, girano tanti soldi e qualcuno cerca la scorciatoia più o meno legale per raggiungere un obiettivo. E’ pericoloso”.
Tu hai giocato anche in campo internazionale. Ci sono differenze tra il nostro movimento e quello estero?
“L’unica differenza è la cultura che esiste per il rugby. A Viadana ho giocato contro club con più di cent’anni di vita. Il rugby che si gioca è lo stesso, cambiano solo le individualità che sono forgiate nelle accademie apposite dei club più prestigiosi. All’estero il rugbista è formato sin dalla preadolescenza”.
A 34 anni ti diverti ancora. Una volta smesso, cosa farà da grande Cristian Bezzi?
“Cercherò un’altra attività per non ingrassare e rimanere in forma (ride, ndr)! Non lo so, ora come ora mi ritengo ancora un giocatore e non penso al dopo. Qui a Reggio poi sto trovando un gruppo stupendo…”.
Ecco. Come mai la scelta di tornare a Reggio?
“C’era l’opportunità di tornare a casa e giocare a rugby con un impegno limitato. Inoltre c’è anche un bel progetto per far crescere i giovani, ma ammetto che l’ho fatto anche per me stesso, per rimanere in movimento!”.
Un inizio di campionato straordinario: 5 vittorie su 5. Ve l’aspettavate?
“Si sta creando un gran bel gruppo, tutti i ragazzi stanno crescendo giorno dopo giorno. Per un club come quello di Reggio Emilia è importante trovare le risorse da così tanti giovani come quelli che giocano con noi adesso. Nei prossimi 10 anni, Reggio potrà contare su rugbisti già affiatati senza investire soldi in giocatori che vengono da fuori. Sinceramente non mi aspettavo di vincere subito 5 partite su 5, però una volta che ti sei fatto il “mazzo”, fa piacere. Le prendiamo volentieri, oltretutto con un allenatore bravissimo che ha una concezione del rugby che personalmente apprezzo parecchio. Il giovane con più potenzialità? E’ scontato, ma se devo dirne uno, dico Ivan Perrone”.
Dove può arrivare questa Cosmo Haus?
“Vedremo tra noi, Modena e il Romagna quale sarà la più scarsa. Se Reggio saprà tenersi tra le prime sarà già una bella vittoria. Noi comunque, non ci siamo prefissi obiettivi specifici. Lavoriamo settimana per settimana”.