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Edimburgo 28.02.09
Six nations one passion: è la prima cosa che ho letto, sbirciando in un giornale inglese all’aeroporto di. Gatwick, il secondo maggiore aeroporto del Regno Unito, 45 chilometri a sud di Londra, mentre attendevo di imbarcarmi verso la meta del regalo per i miei primi 50 anni confezionato dalla mia compagna, anche di viaggio, Francesca.
A questa veneranda età ho avuto conferma che c’è ancora spazio per emozionarsi come un bambino per tante piccole semplici cose.

Per la prima volta lasciavo l’Europa continentale e me ne sono reso conto guardano dall’alto (al pari di Jeanpierre Blanchard e John Jeffries[1]), quel ricettacolo di storia che, dall’era glaciale, divide la Francia dalla Gran Bretagna ed unisce il mare del nord all' oceano atlantico: la Manica (ostinatamente chiamata dai britanni English Channel).

In aeroporto siamo costretti a controlli interminabili, ci hanno passato a setaccio anche le scarpe; ma a farci fare pace con la British Airways ci ha pensato l’equipaggio del volo per Edimburgo che, per una sorta di cortesia per gli ospiti, ha tradotto in italiano tutte le indicazioni ed il capitano che ha voluto dare il benvenuto agli sportivi del rugby con il suo personalissimo win the best.

A terra ci aspettava la navetta per il centro-città  e da bravi bambini alla scoperta del mondo siamo andati a sederci in prima fila, al piano di sopra;  sì, gli autobus a due piani ci sono anche in Italia e in più parti in Europa, e non era certo la mia prima esperienza, ma nel gioco di guidarlo non vi dico la fatica che si fa a tenere la SINISTRA: rotatorie, incroci, sorpassi sembrano parte di un videogioco impazzito.

Dopo il meritato riposo al mattino presto in biglietteria ad assicurarci che i tickets  prenotati in agosto (grazie Alessandro!) fossero davvero lì ad aspettarci.

Erano li', ed insieme ai biglietti ci aspettavano la maestosità dello stadio, un sottofondo di instancabili cornamuse ed un cielo azzurro striato di bianco che dal 1925 ha visto tutte le partite dei discendenti di William Wallace[2], primo “capitano” della nazionale scozzese che, dopo tante vittorie, giocò e perse la sua ultima partita a Londra nel 1305.

Dopo qualche ora passata a visitare il centro di una città popolata da guerrieri in kilt affiancati da antichi romani, un fiume di festanti tifosi ci ha condotto dentro le mura del tempio:  Murrayfield.
Dentro il tempio ho incontrato Luca Bonacini, il papà ed il fratello insieme a quasi 60.000 amici con i quali abbiamo ammirato la suggestiva cornice dello sky line di Edimburgo, applaudito i fuochi d’artificio, i 100 pipers, la banda deputata ad accompagnare l’inno di Mameli, e ci siamo scambiati saluti e piccole cortesie, cantato i nostri inni nazionali ed ascoltato rispettosamente in silenzio quelli degli altri.
Un altro mondo, il nostro mondo, quello del rugby giocato e vissuto con entusiasmo e passione.

Una sola cosa avrebbe potuto rendere perfetto questo week end di per sé fantastico: i nostri quindici che molti di noi, già da un po’ di tempo, aspettano di veder scendere da calendari e cartelloni pubblicitari, abbandonare sportelli bancari e scranni televisivi per indossare la maglietta azzurra e dimostrare sul campo il loro valore.

Nessuno pretende vittorie ma un gioco onesto fatto di velocità-passaggi-placcaggi-sostegno e, come i nostri U11 : avanzare, avanzare, avanzare, TUTTI!

Charlie p. Commisso


[1]i primi ad attraversare la Manica per via aerea. su un  pallone aerostatico il 7 gennaio 1785

[2] EROE-GUERRIERO sinonimo di libertà, reso celebre da Mel Gibson con il film Brave Heart William Wallace (Elderslie 1270 - Londra 1305)  catturato con il tradimento, finì tragicamente impiccato a Westminster. ancora oggi è uno dei simboli della Scozia.

 

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