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Articolo della gazzetta dello sport del 5 marzo 2007, racconto di Cristian Bezzi raccolto da Mario Pastonesi
Al Flaminio nel 2003: debutto in Nazionale, debutto al Sei Nazioni, debutto con una vittoria. Di quel match ho anche la cassetta ma, giuro, non l’ho mai vista. Per non spezzare l'incantesimo
MILANO, 5 marzo 2007 - Sei Nazioni 2003. Convocato all’ultimo momento, titolare in campo, contro il Galles. Flaminio: un uragano di suoni, colori, facce, parole, emozioni.
All’inno piango.
Per fortuna comincia la partita: meta di Ciccio De Carli, meta di Williams - non l’estremo, né il pilone né la terza, metà dei gallesi si chiama Williams, ma la seconda linea -, meta di Shanklin, meta di Festuccia, gran lavoro della nostra mischia e gran lavoro anche dei trequarti, poi succede di tutto, calci, drop, un’altra nostra meta con Phillips, finché faccio un placcaggio alto, becco un cartellino giallo e vado fuori per 10 minuti.
Ma ne mancano 8, e il Galles sembra a distanza di sicurezza.
Mi dico: "Se perdiamo sarà colpa mia". Proprio all’ultimo istante, nonostante le mie preghiere, il Galles va in meta. Ma vinciamo noi: 30-22.
Entro in campo, abbraccio Aaron Persico, mio compagno di squadra nel Viadana, finiamo in ginocchio e in lacrime.
La festa è mobile: prima in campo, poi negli spogliatoi, infine per Roma, passando da una discoteca a un pub, e da un pub a una discoteca, fino alle 6 del mattino, quando ormai procediamo a quattro zampe, brindiamo con un cappuccino e ci trasciniamo finalmente a dormire.
E’ successo tutto in una partita: debutto in Nazionale, debutto al Sei Nazioni, debutto con una vittoria. Più di così. Di quel match ho anche la cassetta ma, giuro, non l’ho mai vista.
Come se non ne avessi il coraggio.
Non tanto per scoprire qualche difetto, ma come per spezzare l’incantesimo del trionfo, per cambiare la magia della perfezione.
Seconda linea, fronteggiavo quel Williams autore della loro prima meta e soprattutto Sidoli, antiche origini italiane, buon giocatore. In touche ognuno ha vinto le sue, neanche ci fossimo messi d’accordo. Poi Williams, Sidoli e gli altri li abbiamo incontrati nel terzo, quarto e quinto tempo, ed erano a pezzi.
Ricordo Gareth Thomas: faceva pena. Lo guardavi in faccia, e capivi quanta sofferenza lo avesse invaso.
Non è mai troppo tardi per il rugby. Io ho cominciato a giocare a 21 anni: mi ero stufato del calcio, più cane che stopper, volevo fare qualcosa, o pallamano o rugby, ho scelto il rugby perché era all’aria aperta. Viziata, ma aperta.
Un mesetto di allenamenti, un mesetto in seconda squadra, poi ho debuttato in serie B, con il Reggio Emilia.
Incoscientemente, ho sempre pensato di poter, un giorno, giocare in Nazionale.
E ho lavorato tanto per riuscirci.
Ma conquistare tutto in una partita, questo era oltre i miei sogni.
I primi consigli ovali sono stati di mio nonno, fra i pionieri del rugby a Reggio: "Divertiti" e "Non farti male".
Mi è andata bene.
Freddo, acqua e botte neanche li sento più.
E quanto al divertirmi, continuo anche adesso.
Fra la laurea in Ingegneria gestionale e quella in rugby, finora hanno sempre vinto le mischie e le touche. (testo raccolto da Marco Pastonesi)
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